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Lasciate che i bambini giochino!

Aggiornato al 14.06.2020 in Persone

FOTOS: RAMON HAINDL

Che sapore hanno i maggiolini? Riuscirò da solo a raggiungere la vetta lontana? Cosa succede se tocco un recinto elettrico? È soprattutto per i bambini che la montagna ha in serbo grandi e piccole avventure. Cinque tirolesi condividono con noi ricordi della loro infanzia che non dimenticheranno mai. 

MONIKA NEUNER, ESPERTA DI ERBE DI LEUTASCH

MONIKA NEUNER Da ragazza mangiava le erbe di campo primaverili, oggi organizza escursioni erboristiche a Leutasch.
MONIKA NEUNER Da ragazza mangiava le erbe di campo primaverili, oggi organizza escursioni erboristiche a Leutasch.

Bisognava staccare la testa dello scarafaggio con un morso, sputarla velocemente e poi “succhiare”.

Da bambina, in autunno facevamo i crauti con i cavoli del nostro orto. Era la nostra verdura per l’inverno. La neve si posava sui campi del villaggio, e alla fine dell’inverno non vedevamo l’ora di avere qualcosa di verde rigoglioso sui nostri piatti e nei boschi. Non appena iniziavano a fiorire i prati in primavera, dopo scuola ci precipitavamo nel verde e mangiavamo le erbe direttamente dal prato. Da lontano, dovevamo sembrare come delle pecore vestite. Ma sapevamo bene cosa stavamo mangiando. Dalla barba di becco all’acetosella, erano tante le delizie che la natura ci offriva. Soltanto i turisti restavano spiazzati a questa vista! Ci davano dei soldi affinché potessimo comprarci del cibo. E noi ci ridevamo sopra. Da quel momento in poi, sapevamo dove poter pascolare per farci uno spuntino con le deliziose erbe di prato e guadagnarci al contempo qualche soldo in più. Mentre giocavamo sui prati d’estate, restavamo affascinati dai maggiolini giganti tra l’erba. A volte ci volavano addosso come se fossero ciechi. Allora, li catturavamo. “Chi ce la fa a mangiare un maggiolino?” urlavamo. Una prova di coraggio. Chi non osava farlo era un fifone. Bisognava staccare la testa dello scarafaggio con un morso, sputarla velocemente e poi “succhiare”. Chi lo ha già fatto, sa che i maggiolini sono dolci come caramelle perché si nutrono delle foglie degli alberi da frutto.

HANS “BANTL” NEUNER, GUIDA ESCURSIONISTICA DI LEUTASCH

HANS NEUNER Dai rami di salice si possono ricavare attrezzi sportivi o strumenti musicali.
HANS NEUNER Dai rami di salice si possono ricavare attrezzi sportivi o strumenti musicali.

Niente ci avrebbe potuto spaventare durante le nostra avventure in barca in montagna.

Noi, ragazzi di campagna, inventavamo sempre nuovi giochi per metterci alla prova e attirare l’attenzione delle ragazzine. Il salice era lo strumento più adatto per farlo. Con i suoi rami creavamo archi e frecce e facevamo a gara a chi tirava più lontano o mirava meglio. Ma con il salice si poteva anche fare musica. Bastava rimuovere il midollo picchiettandolo verso l’esterno finché non rimaneva solo la corteccia e il ramo era vuoto. Con uno spago, poi, legavamo insieme i rami vuoti per formare un flauto. Uno strumento della natura, con cui cercavamo di “incantare” le ragazze del villaggio. La possibilità di ballare con “quella giusta” non mancava alle feste nel bosco d’estate, ammesso che si trovasse il coraggio di invitarla. La banda suonava e noi ragazzi ci esibivamo sul palco con la danza dello “Schuhplatteln”. Poco dopo la prima esibizione si poteva scegliere un ospite con cui esercitarsi nello Schuhplatteln. In quel momento partivano le risate. L’atmosfera era impregnata di eccitazione e allegria. Un’altra gara la facevamo in primavera quando l’acqua di scioglimento delle nevi formava dei piccoli laghetti a valle, profondi anche fino a due o tre metri. Sebbene nessuno di noi sapesse nuotare, volevamo navigare su questi laghetti freddissimi. Costruivamo delle zattere con vecchie porte di fienile e abbeveratoi. Una volta sull’acqua bisognava fare attenzione a scendere in tempo, perché le imbarcazioni non erano del tutto stagne e si riempivano rapidamente d’acqua. Con le mani strette attorno a un mestolo di legno che fungeva da remo, il mio amico urlava con un largo sorriso: “Attento a non affogare, Hansi!”, ma scherzava: niente ci avrebbe potuto spaventare durante le nostra avventure in barca in montagna.

ALOIS BERGER, PENSIONATO DI PRÄGRATEN

ALOIS BERGER A sei anni, decise di scalare da solo il Großvenediger. A quei tempi il termine “genitori elicottero” non era ancora stato coniato.
ALOIS BERGER A sei anni, decise di scalare da solo il Großvenediger. A quei tempi il termine “genitori elicottero” non era ancora stato coniato.

Voglio scalare il Venediger per vedere tutto il mondo.

Da bambino, andavo spesso in montagna con mio padre in cerca di pietre preziose. La scuola voleva usare le pietre come materiale d’insegnamento perché la sua collezione era stata distrutta durante la guerra. Vendevamo anche le pietre ai turisti e ai musei di minerali di tutto il mondo. Era come una caccia al tesoro, ma anche una fonte di guadagno per la mia famiglia. La nostra ricerca di orneblenda, actinolite, serpentinite e cristalli iniziava di notte e si prolungava fino alla notte successiva. Ci infilavamo in grotte strette, ci calavamo in corda doppia dalle pareti rocciose e mangiavamo la merenda che nostra madre aveva preparato per noi. Ma, quando trovavamo un buon sito, rinunciavamo alle pause perché non eravamo gli unici a caccia di minerali nelle nostre montagne. Quando avevo sei anni, la gente del nostro villaggio raccontava che le montagne erano abitate da streghe e spiriti maligni. Il nostro villaggio era situato ai piedi del Großvenediger. Nella mia ingenuità, pensavo di poter vedere il mondo intero dalla sua cima. Una mattina, al crepuscolo, quando i miei genitori erano già andati a lavorare in campo, decisi di mettermi in cammino. “Oggi me la svigno”, pensai. Senza cibo e con i pantaloni corti volevo scalare da solo quella montagna di 3.657 metri. Determinato, partii per la più grande avventura della mia vita. Presso il rifugio Defreggerhaus, l’ultimo prima della salita vera e propria, incontrai un gruppo di guide alpine che mi guardarono con stupore. “Voglio scalare il Venediger per vedere tutto il mondo”, spiegai loro. Sembravano divertiti ma anche impressionati dalla mia determinazione. Mi accolsero nella loro cordata e mi prestarono un berretto e guanti. Non potevo credere alla mia fortuna. Nonostante questa giornata di sole d’agosto, a quell’altitudine le temperature si aggiravano a quasi meno 20 gradi. Mi sentivo ghiacciare la faccia e i capelli. Arrivato in vetta mi dimenticai del freddo per un attimo. Mi ero immaginato che il mondo fosse decisamente più grande. Mezzo ibernato, decisi allora di diventare una guida alpina. Avrei scalato il Venediger per altre 4.000 volte in seguito. Ma non provai mai più tanto freddo come quella prima volta.

MARIA GAPP, CONTADINA DI REITH BEI SEEFELD

MARIA GAPP Un’infanzia trascorsa in fattoria dove il gioco e il lavoro si intersecavano senza mai stancarla.
MARIA GAPP Un’infanzia trascorsa in fattoria dove il gioco e il lavoro si intersecavano senza mai stancarla.

In autunno, quando il terreno era già in parte ghiacciato, il legno scivolava meglio, e anche noi.


Tutti noi bambini avevamo i nostri compiti nella fattoria. Ero felice di svolgere quelle mansioni, perché altrimenti avrebbe dovuto fare tutto mio padre da solo. La mia attività preferita era falciare i prati all’alba prima di andare a scuola. Per farlo, uscivo di casa presto e aspettavo che sorgesse il sole. Poi, iniziavo a falciare. L’autunno ci portava nel bosco. Mio padre tagliava alberi a quasi 2.000 metri di altitudine. A quel tempo non c’erano ancora le strade forestali e dovevamo trasportare la nostra legna a valle lungo una pista costruita apposta da noi. Per farlo c’era una parte dell’avvallamento che era già stata liberata. Nostro padre ci assegnava dei tronchi di circa due metri di lunghezza. Il nostro compito era quello di trasportarli lungo la pista il più velocemente possibile. Per noi bambini si trattava di una gara. Vinceva chi riusciva a lanciare più lontano il proprio tronco. In totale dovevamo coprire una distanza di quasi un chilometro. Cercavamo di superare gli altri ed esultavamo di gioia quando ci riuscivamo. In parte era anche una prova di coraggio, perché in alcuni tratti la discesa era piuttosto ripida. In autunno, quando il terreno era già in parte ghiacciato, il legno scivolava meglio, e anche noi. Mi piaceva questo periodo, ci regalava grandi emozioni. E il bosco, calore per l’inverno.

HUBERT KIRCHMAIR, CARRETTIERE DI SCHWAZ

HUBERT KIRCHMAIR All'età di cinque anni aiutava a curare il bestiame presso una malga al alta quota. Oggi Hubert va a prendere la legna nei boschi con i cavalli. Il suo ricordo più vivido? Il primo recinto elettrico.
HUBERT KIRCHMAIR All'età di cinque anni aiutava a curare il bestiame presso una malga al alta quota. Oggi Hubert va a prendere la legna nei boschi con i cavalli. Il suo ricordo più vivido? Il primo recinto elettrico.

Una scossa elettrica mi attraversò, e mio padre e mio prozio scoppiarono a ridere.  

A 2.000 metri di quota avevamo un pascolo per le nostre mucche. In estate, gli animali vi passavano quasi due settimane di fila e, naturalmente, dovevano essere munti e curati. Per farlo, a cinque anni, andai a stare in malga insieme al mio prozio. Ogni mattina alle quattro partivamo alla volta dei pascoli. Verso le sei raggiungevamo le mucche e il mio prozio cominciava a mungerle. Io dovevo badare affinché le mucche restassero calme e non scappassero. È stato allora che ho imparato che ogni mucca ha il suo carattere. Una è spavalda e ribelle, l’altra tranquilla e pacifica. Avevo sei anni quando srotolammo per la prima volta un recinto elettrico sul pascolo. Dev’essere stato negli anni '70. Fino ad allora, eravamo noi pastori che dovevamo assicurarci che il bestiame restasse nel campo e che ci fosse ordine all’interno della mandria. Io e i miei fratelli aiutammo mio padre e il prozio a srotolare il filo. E poi l’accendemmo. Tutti gli occhi erano puntati su mio padre. Mosse la mano verso il recinto del pascolo. Lo toccò, ma non mostrò alcuna reazione. Lanciò uno sguardo al mio prozio. Entrambi restarono impassibili. Sorpreso, afferrai anch’io saldamente la recinzione. Una scossa elettrica mi attraversò, e mio padre e mio prozio scoppiarono a ridere.  
 

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