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Una banda di selvaggi

Aggiornato il 08.06.2022 su Famiglia, Foto: Lisa Hörterer

L’escursionismo viene spesso considerato come un hobby per adulti, se non addirittura per anziani. Ma perché mai? Abbiamo accompagnato una dozzina di ragazzi attraverso il Karwendel - e abbiamo riscoperto le montagne con occhi nuovi.

Estate e neve: il gruppo di escursionisti si concede una meritata pausa dopo aver scalato il valico dello Stempeljoch.Estate e neve: il gruppo di escursionisti si concede una meritata pausa dopo aver scalato il valico dello Stempeljoch.

È una mattina d’estate e nonostante dodici ragazzi stiano scendendo tutti insieme dallo Stempeljoch, tutto è molto tranquillo. Solo il vento fischia lungo la ripida parete rocciosa. Di tanto in tanto qualcuno smuove del materiale roccioso e si sente urlare “sasso!”. Le dodici teste hanno lo sguardo rivolto verso il basso, gli occhi fissi sui piedi. Le nuvole sono basse e inghiottiscono il sentiero che si snoda qualche centinaio di metri sotto il gruppo, ma più i ragazzi si avvicinano alla nebbia con le loro giacche di pile colorate, più questa si dirada. Lentamente emergono le aspre cime del Karwendel e la valle della Halltal. Ogni volta che gli escursionisti alzano lo sguardo, la vista si allarga sempre più.

I ragazzi stanno partecipano a un tour della sezione giovani del Club Alpino di Klagenfurt. Hanno tutti un’età compresa tra i 14 e i 21 anni e sono accompagnati dai capigruppo Viktoria e Christoph, anch’essi poco più grandi di loro. Hanno in programma di percorrere in sei giorni l’Alta Via del Karwendel, da Reith, vicino a Seefeld, a Scharnitz.

La maggior parte dei club alpini regionali ha una sezione giovanile che rende fruibili le montagne anche ai giovani che raramente possono permettersi vacanze di sport invernali e viaggi in Paesi lontani. Le offerte sono molto apprezzate, ma naturalmente sorge spontanea la domanda: perché questi ragazzi passano fino a dieci ore al giorno a sudare sulle pareti delle montagne durante le vacanze estive, invece di rilassarsi in spiaggia o fare festa tutta la notte come tanti loro coetanei?

Questa è Kiki, che non ha mai fatto escursioni prima d’ora. Maria, invece, associava finora la montagna alle vacanze in famiglia. E poi c’è Paul, che è qui solo perché il covid ha sconvolto i suoi piani per le vacanze. Alla fine della settimana, tutti avranno imparato qualcosa di nuovo su sé stessi e si saranno spinti oltre quelli che credevano fossero i propri limiti, cosa che accade spesso in montagna.

I genitori sono lontani

La quindicenne Kiki, una ragazza bionda di Vienna, ha lo zaino più grande di tutti, che la fa sbandare ad ogni passo sbagliato sul ripido sentiero. Si rimette a posto, le scivola il piede, si rimette di nuovo a posto. Dopo la terza caduta, decide di scendere da seduta. “Sulla ghiaia, è meglio appoggiare l’intera pianta del piede”, le consiglia Anna, che ha un po’ più di esperienza di montagna, come si nota dagli scarponcini da trekking - ben rodati - che indossa dalla sua prima traversata delle Alpi fatta tre anni fa. Dopo un’ora, il gruppo raggiunge un sentiero che attraversa una macchia di bassi arbusti. Sulla segnaletica si legge: “Wilde-Bande-Steig”, il sentiero della “banda dei selvaggi”. “Wilde Bande, ma siamo noi!”, grida il più giovane del gruppo.

Essere via da casa, senza genitori, ti fa sentire libero, indipendente e adulto. In alcuni punti, poi, le montagne amplificano questa sensazione di libertà: valli, gole, vette, avventure. Ma in montagna vigono anche regole precise: non abbandonare i rifiuti, non smuovere sassi, non sopravvalutarti in punti difficili. Lungo il percorso, i partecipanti più esperti aiutano i neofiti della montagna. Spesso è Paul, che con i suoi 18 anni è uno dei più “vecchi” del gruppo, ad aiutare gli altri a superare tratti impervi o crepacci.

In montagna s’impara a conoscersi bene e velocemente. Oliver, Kiki e Anna (da sinistra a destra) nel dormitorio della Pfeishütte.In montagna s’impara a conoscersi bene e velocemente. Oliver, Kiki e Anna (da sinistra a destra) nel dormitorio della Pfeishütte.

“Alla mattina all’alba...” non è il canto preferito da tutti. Ma i partecipanti al tour non hanno avuto problemi ad alzarsi presto: eccoli mentre lasciano la Pfeishütte in direzione dello Stempeljoch.“Alla mattina all’alba...” non è il canto preferito da tutti. Ma i partecipanti al tour non hanno avuto problemi ad alzarsi presto: eccoli mentre lasciano la Pfeishütte in direzione dello Stempeljoch.

Anna ha più esperienza di montagna rispetto alla maggior parte degli altri membri del gruppo: nel 2018, ad esempio, ha fatto una traversata delle Alpi. Ecco perché i suoi scarponcini da trekking sono così “ben rodati”.Anna ha più esperienza di montagna rispetto alla maggior parte degli altri membri del gruppo: nel 2018, ad esempio, ha fatto una traversata delle Alpi. Ecco perché i suoi scarponcini da trekking sono così “ben rodati”.

Le montagne sono sempre state importanti per lui, racconta Paul. Quando aveva 12 o 13 anni, andava spesso a fare escursioni con un amico, a volte ogni fine settimana. Ha partecipato anche a diversi tour della sezione giovanile del Club Alpino, l’ultima volta tre anni fa. Poi i suoi amici hanno smesso di andare in vacanza con le famiglie, hanno iniziato a restare tutti a Vienna per far festa e ad andare ai festival. “Talmente tante distrazioni”, afferma Paul, “che ho dedicato sempre meno tempo all’alpinismo”. Soltanto ora, dice Paul, si rende conto di quanto gli siano mancate le montagne. Lungo il sentiero Wilde-Bande, domanda a Christoph come abbia fatto a diventare una guida giovanile. “Anche a me piacerebbe molto farlo”, confessa Paul.

Anche Maria fa vacanze escursionistiche con la sua famiglia da anni. Ma quest’estate non voleva andare di nuovo nello stesso posto. “Volevo fare qualcosa di diverso, un’esperienza tutta mia in montagna”. È per questo che la sedicenne ha deciso di partecipare al tour organizzato dalla sezione giovanile del Club Alpino: solo ragazzi, sconosciuti tra loro, provenienti da tutta la Germania e dall’Austria. “Adoro fare escursioni con tante persone. Non è necessario formare dei gruppi, perché si finisce automaticamente a parlare con la persona che ha il tuo stesso passo”, afferma Maria. “E così vengo a conoscere anche persone diverse da me”. Su per le montagne. Fuori dalla bolla sociale.

Pokerface Paul (dietro le carte) con i suoi 18 anni è uno dei più vecchi del gruppo. Ambizioso al tavolo da gioco, ma sempre disposto ad assistere i suoi compagni di viaggio a superare tratti impervi o crepacci.Pokerface Paul (dietro le carte) con i suoi 18 anni è uno dei più vecchi del gruppo. Ambizioso al tavolo da gioco, ma sempre disposto ad assistere i suoi compagni di viaggio a superare tratti impervi o crepacci.

Terreno difficile: nella discesa dallo Stempeljoch, il gruppo si ritrova su un sentiero parzialmente sconnesso e deve procedere su ghiaia.Terreno difficile: nella discesa dallo Stempeljoch, il gruppo si ritrova su un sentiero parzialmente sconnesso e deve procedere su ghiaia.

La breve pausa lungo il sentiero Wilde-Bande può essere utile per sistemarsi l’outfit o leggere i messaggi.La breve pausa lungo il sentiero Wilde-Bande può essere utile per sistemarsi l’outfit o leggere i messaggi.

In alto e lontano dai genitori: per molti ragazzi, come Vincent, 13 anni, di Vienna, il tour dei rifugi è una grande avventura.In alto e lontano dai genitori: per molti ragazzi, come Vincent, 13 anni, di Vienna, il tour dei rifugi è una grande avventura.

L’apice delle vertigini

Kiki sapeva già prima del tour che soffriva di vertigini. Talmente presa dai preparativi per la partenza, si era quasi dimenticata di questo dettaglio. Il primo giorno, il gruppo ha superato un dislivello di ben 1.000 metri. Presso la sella di Frau-Hitt-Sattel, una ripida salita e discesa in programma per il terzo dei sei giorni, le sue vertigini hanno raggiunto l’apice: “Volevo solo restare aggrappata alla roccia e piangere”. Il gruppo l’ha incoraggiata a fare un passo dopo l’altro senza soffermarsi troppo a lungo. “È stato allora che la paura si è lentamente dissolta. Non sono mai stata più orgogliosa di me come in quel momento”. Da allora non le si vede più in faccia la paura, neanche sui pendii ripidi. Diventa soltanto più silenziosa del solito, in quei passaggi. “L’escursionismo è come un parto. È faticoso, ma quando si raggiunge il rifugio, ovvero si tiene in braccio il proprio piccolo, la felicità è immensa. E lo si vuole rifare anche il giorno dopo”, afferma Kiki con un grande sorriso. “Questa metafora mi è venuta in mente mentre camminavo: si ha molto tempo per pensare”.

Durante una breve pausa, Kiki chiama sua madre. “Ciao mamma, sto bene, ora siamo”, fa una pausa e si guarda intorno, “da qualche parte”. Poi non c’è più campo. Telefonare o inviare messaggi durante lungo il tour di solito non funziona. I contatti con gli amici e i familiari devono aspettare fino a sera, quando si raggiunge il rifugio. Non essere raggiungibili e non poter contattare nessuno è ormai raro in Europa. “Mi piace che tutti sappiano che non ho campo”, afferma Maria, “non mi sembra di perdermi qualcosa d’importante”. Forse è per questo che si vedono così pochi smartphone durante l’escursione. Nemmeno nei punti dell’Alta Via in cui la vista panoramica costringe a soffermarsi, si vedono tanti cellulari.

La sera, nel dormitorio, dopo due minuti sembra che siano esplosi dodici zaini. Magliette e giacche anti-pioggia sono appese sui fili per stendere, i bastoncini da trekking spuntano da sotto i letti. Si sente un odore di stoffa bagnata e il profumo della baita di legno. Tre delle ragazze si chiedono ad alta voce se sia ancora il caso di fare la doccia. “Penso di rinunciarci. Stamattina i miei capelli erano ancora bagnati”, dice una di loro. “Ce la posso fare a stare tutta la settimana senza doccia”, afferma Kiki. L’alpinismo non significa soltanto stabilire nuovi record di altitudine, ma anche prendersi una breve pausa dalla vita quotidiana dai suoi vincoli e le sue convenzioni. “Improvvisamente, il mio aspetto non mi interessa quando faccio trekking”, confida Maria. “Quando ci si sdraia sull’erba, i capelli sono scompigliati. Al rifugio si può andare a cena anche con una maglietta sudata. Sono cose che normalmente non faccio, ed è liberatorio”.

Una piscina all’aperto a oltre 2.000 metri di altitudine. La vista è splendida, ma la temperatura dell’acqua trasforma il bagno in una prova di coraggio.Una piscina all’aperto a oltre 2.000 metri di altitudine. La vista è splendida, ma la temperatura dell’acqua trasforma il bagno in una prova di coraggio.

A nessuno interessa sapere chi sia il più veloce a scalare le montagne, ma a giocare a Uno, Kiki (a sinistra) e Paul vogliono sempre vincere (e s’inventano persino le regole).A nessuno interessa sapere chi sia il più veloce a scalare le montagne, ma a giocare a Uno, Kiki (a sinistra) e Paul vogliono sempre vincere (e s’inventano persino le regole).

Le montagne appartengono da sempre ai giovani

A cena, tutti sono affamati, tanto quanto non lo sono mai nella vita di tutti i giorni. Con magliette sportive e giacche di pile colorate - tra le quali spicca una felpa beige - i ragazzi siedono nella piccola stanza del rifugio e giocherellano impazienti con le posate. La stufa a legna ha riscaldato rapidamente la stanza, l’aria si fa pesante, le guance diventano rosse. Nelle baite il cibo viene razionato, i bis ci sono soltanto se avanza qualcosa. Viktoria, la guida dei ragazzi, chiede il bis. “Due volte, per favore!”, grida Paul rivolto alla cucina. Un ragazzo mangia l’arrosto di manzo avanzato dal suo vicino di tavolo.

Dopo cena, alcuni di loro vanno subito a letto, gli altri giocano a Uno con le loro regole, che cambiano e crescono di giorno in giorno. Ogni sera, nel rifugio, alle dieci scatta il coprifuoco. Ma fino a quell’ora, in genere, sono già andati quasi tutti a dormire nel dormitorio. Sono troppo esausti per poter fare le cose che ci si aspetterebbe da dodici adolescenti in vacanza come bere alcol di nascosto, ascoltare musica a tutto volume o passare le notti in bianco. In alcuni giorni vanno a letto ancora prima per non perdersi il tour volontario della vetta all’alba.

Nella maggior parte dei casi, i ragazzi hanno lasciato i loro smartphone nello zaino, ma quando si è presentato questo stiloso gatto di casa, in pochi hanno resistito.Nella maggior parte dei casi, i ragazzi hanno lasciato i loro smartphone nello zaino, ma quando si è presentato questo stiloso gatto di casa, in pochi hanno resistito.

Sotto il passo del Lafatscherjoch, il gruppo si ritrova a superare anche tratti esposti, ma il cavo metallico e le guide garantiscono la massima sicurezza anche nella nebbia.Sotto il passo del Lafatscherjoch, il gruppo si ritrova a superare anche tratti esposti, ma il cavo metallico e le guide garantiscono la massima sicurezza anche nella nebbia.

In realtà, non c’è niente di cui stupirsi. Il cliché secondo cui i genitori camminano tirandosi dietro i figli svogliati non combacia affatto con la tradizione alpinistica. Nel XVIII e XIX secolo, erano soprattutto i giovani che volevano scoprire come fosse il mondo dall’alto e che iniziarono a scalare le montagne. I primi alpinisti erano poco più grandi dei membri di questo gruppo di ragazzi e cercavano sempre nuovi sentieri per raggiungere vette inviolate. A quei tempi, nessuno avrebbe mandato i genitori o i nonni all’avanscoperta. Loro dovevano restarsene a valle.

Oggi, gli alpinisti, non sono più esploratori alla ricerca di nuovi sentieri. Ma la montagna regala ancora momenti di avventura. Come quando i due ragazzi, che raggiungono per primi il punto panoramico che dà sulla prossima valle, restano a bocca aperta per minuti. O quando, durante una pausa al sole, i ragazzini si arrampicano uno dopo l’altro su una parete perché qualcuno ha scoperto in alto una piccola pozza d’acqua glaciale, e si immergono stridendo per poi saltare fuori dall’acqua tremanti e sorridenti.

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